Nove ragazzi, tre tavoli, una sola domanda
Napoli, Piazza Garibaldi — 21 luglio 2026
Nove giovani tra i 20 e i 22 anni si siedono a tre tavoli — Lavoro, Cura, Nuove cittadinanze — per smontare le narrazioni sull’«altro». È il primo appuntamento italiano di EU FACTOR, e ai lavori partecipa anche il Forum Disuguaglianze e Diversità: quattro fasi di ascolto per far emergere molte cose che di solito non si dicono.


Il tavolo Lavoro
Al tavolo Lavoro, facilitato da Alessia Acito, la frase da smontare è la più frequente di tutte: «i migranti rubano il lavoro agli italiani». I tre partecipanti sono una studentessa di sociologia, uno studente di scienze del servizio sociale e uno di economia, gli ultimi due con background migratorio, pakistano e bangladese. Quella frase, dicono, riecheggia ovunque. Ma quando arrivano gli episodi concreti la geometria del conflitto si rovescia: chi ha perso un posto lo ha perso perché un altro ragazzo straniero era disposto ad accettarlo per una paga più bassa; chi ha aperto un piccolo esercizio commerciale si è sentito accusare di aver «rubato» lo spazio a un italiano. Non è un muro tra noi e loro, è una competizione al ribasso che conviene a chi assume, a chi compra e a chi vende. Sul cartellone compare anche l’etichettatura per settori: il lavoro di badante è in maggioranza delle donne polacche, l’edilizia dei rumeni, la manodopera delle aziende bufaline e della pastorizia è indiana. E quando arriva la proposta del Forum DD — salario minimo, trasparenza e corrispondenza nei contratti, pensione di garanzia — il gruppo non discute i principi, ma precisa: «buone proposte, ora bisogna passare ai fatti».

Il tavolo Cura
Al tavolo Cura, moderato da Luisa Bencivenga, il racconto più significativo arriva da lontano. Una donna incinta lascia Parma per Napoli perché all’asilo nido non ci sono più posti: colpa, si dice in famiglia, di chi ha un background migratorio. E perché solo la rete familiare può reggere il carico. È l’immagine esatta del meccanismo: la narrazione anti-migranti attecchisce nel punto in cui il welfare pubblico non arriva. Un altro partecipante, di origini senegalesi, lavora part-time per un datore anziano che commenta male i migranti ma con lui ha un rapporto affettuoso: l’affetto individuale convive intatto con lo stereotipo. Nel giro di tre post-it la narrazione scivola dall’invasione al «mandiamoli a casa». E c’è un silenzio che pesa quanto le frasi raccolte: questi ragazzi scelgono con chi discutere, rinunciano con gli anziani, considerati «casi persi», e a volte tacciono perché sentono di non avere dati solidi. Sulla proposta dedicata alla cura aggiungono da soli una chiave interpretativa: il lavoro di cura ricade sulle donne, e ancora di più sulle donne migranti.


Il tavolo Nuove cittadinanze
Al tavolo Nuove cittadinanze, con Ismahan Hassen, il cartellone si riempie di domande apparentemente innocue: «Da dove vieni?», «Mangi il maiale?», «Ti piace la pizza?», «Sei così, come fai a essere italiano?». Non insulti, ma un test continuo. Un esame di italianità somministrato ogni giorno a ventenni che qui sono nati, o a un bambino delle elementari che parla con l’accento napoletano ed è comunque «l’unico straniero della scuola». È il paradosso dell’eccezione: chi si conosce di persona viene de-stranierizzato, ma il pregiudizio sul gruppo «stranieri» resta intatto. I luoghi citati raccontano una doppia violenza: questura e uffici pubblici da un lato, selezione all’ingresso delle discoteche e controlli al bar dall’altro, corpi fuori posto tanto per le istituzioni quanto per i luoghi del divertimento. Sulla riforma della cittadinanza lo ius scholae convince, perché «presuppone un percorso». Ma la chiosa è netta: la legge da sola non basta, il percorso sociale resta comunque tortuoso.
